LA LEZIONE DI L.C.D. (1900-1972). Omaggio a Luigi Carlo Daneri a 50 anni dalla scomparsa

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Nuovo appuntamento per “Manomissioni”, il programma culturale della Fondazione Ordine Architetti di Genova con La lezione di L.C.D. (1900-1972), il convegno a cura di Andrea Canziani ed Emanuele Piccardo che martedì 11 ottobre a Palazzo Ducale ha ricordato Luigi Carlo Daneri a 50 anni dalla sua scomparsa. L’obiettivo è di interrogarsi sulla sua figura, rileggendo la sua opera attraverso una serie di temi che indagano la formazione tra eclettismo e razionalismo, il progetto della città con le sue diverse scale; attraverso casi studio specifici come il famoso quartiere Ina Casa Forte Quezzi, guardando le architetture in chiave contemporanea, individuandone l’eredità e infine, definendo quanto la modernità possa diventare un patrimonio condiviso con la comunità.

Moderati da Luca Gibello, direttore del Giornale dell’Architettura, oltre ai due curatori, sono intervenuti: Pierluigi Feltri, presidente FOA.GE, Manuela Salvitti, segretario regionale MiC Federico Bucci, delegato agli archivi, Politecnico di Milano; Vittoria Bonini, DAD, Scuola Politecnica Unige; gli architetti Francesco Bacci ed Enrico Bona; e Agostino Petrillo, sociologo, Politecnico di Milano. Gli interventi sono intervallati da una selezione di video interviste a cura di Jacopo Baccani.

Luigi Carlo Daneri (1900-1972) è stato uno dei maggiori protagonisti del modernismo genovese. La sua figura di architetto e ingegnere ha orientato le vicende urbanistiche di Genova a differenti scale: abitativa e urbana. All’inizio la sperimentazione ha riguardato ville unifamiliari sulla costa ligure; in seguito, Daneri ha sviluppato il concetto dell’abitare collettivo dapprima a Piazza Rossetti (1934-1958) e poi nei quartieri di edilizia residenziale pubblica dell’Ina-Casa: Bernabò-Brea (1950-1954), Mura degli Angeli (1954-1956), Forte Quezzi (1956-1968).

“L’obiettivo di Daneri era chiaro ed umano: fare in modo che la gente potesse vivere meglio […] Dell’architettura di Daneri vorrei richiamare un aspetto, il rapporto con l’ambiente, con il contesto culturale oltre che fisico, in cui l’architettura si colloca […]”. Così lo ritraeva il suo allievo Luciano Grossi Bianchi, co-progettista insieme a Daneri e Giulio Zappa, del quartiere Ina-Casa Bernabo Brea che fu presentato al IX CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) nel 1953 ad Aix en Provence. Una testimonianza della dimensione internazionale assunta dall’architetto ligure.

“Studiando l’opera di Daneri, le sue architetture, ma soprattutto la sua biblioteca- afferma il critico di architettura Emanuele Piccardo – che raccoglie tutta la produzione libraria di Le Corbusier ma anche testi specifici sui problemi della città e dell’abitare collettivo, si comprendono le sue scelte progettuali, la sua passione per Le Corbusier, i viaggi per vedere le architetture dal vivo. Daneri ha avuto la capacità, nei vari contesti in cui ha operato, di sperimentare alle varie scale, dalla città al territorio, dalla Colonia di Santo Stefano d’Aveto al Biscione, adottando un linguaggio autonomo che lo ha annoverato tra gli architetti moderni italiani. Così questo convegno si pone l’obiettivo di rileggere oggi l’avanguardia dell’opera di Daneri e in che modo possiamo considerarla una lezione di architettura per il futuro sviluppo di Genova”.

“Rileggere Daneri significa affrontare la ricerca del senso che l’architettura del Movimento Moderno ha avuto nel plasmare il nostro mondo e il nostro modo di pensare – sottolinea Andrea Canziani, architetto del Ministero della Cultura. È uno stimolo a pensare cosa vogliamo e possiamo fare oggi con questo patrimonio. Daneri ha lasciato tracce importanti in questa città e ha immaginato luoghi e modi del vivere che sono ancora oggi un esempio. La comprensione e la conservazione di questo patrimonio non è banale: è una sfida metodologica perché spinge al limite i presupposti del restauro, è una sfida culturale perché riscrive le aspettative del pubblico rispetto all’idea di monumento storico, è una sfida tecnica per la necessità di assicurare nuove prestazioni di comfort senza tradire il minimalismo del dettaglio. In fondo si tratta di architetture fragili, che senza tutela e comprensione vengono facilmente sfigurate.”33

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